Trail Degli Invincibili

Un bellissimo Trail attraverso luoghi spettacolari, insoliti, racchiusi da una cerchia di monti dove tra tutti emerge il Cornour, da questa parte quasi inaccessibile!

Il nuovo percorso

Un nuovo Trail in Val Pellice con partenza ed arrivo dal Laghetto Nais di Bobbio Pellice!

Un occasione per conoscere la nostra Valle

Il nostro "Trail degli Invincibili", oltre ad essere un importante momento di sport vuole essere un occasione per conoscere il territorio della Val Pellice, non solo per le sue bellezze paesaggistica ma soprattutto per la sua ricca storia e cultura.

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martedì 12 gennaio 2021

Ricordiamo René Jallà

Noi del Trail degli Invincibili vogliamo ricordare l'uomo, l'atleta ma soprattutto l'amico ripubblicando il capitolo del nostro libro che racconta le sue gesta che resteranno per sempre ... ciao René!

Lo “Scarpone Alpino” di Fenestrelle rappresentava, negli anni ’70, uno dei più prestigiosi Trofei a disposizione degli appassionati di Marcia Alpina.

Si trattava di una Staffetta organizzata dall’Associazione Nazionale Alpini ovviamente in versione locale. Il Forte di Fenestrelle, allora in totale abbandono e soggetto a ripetute depredazioni di reperti più o meno storici, assisteva in qualità di spettatore “non pagante” alla singolare tenzone che si sviluppava al suo decaduto cospetto.

Il primo frazionista prendeva il via dalle casermette, in allora militari, collocate in uscita da Fenestrelle direzione Sestriere. Salita oltremodo impegnativa di marcia come volevano le caratteristiche tecniche dei tempi. Circa tre km per raggiungere la strada dell’Assietta dove avveniva il cambio per la seconda frazione sostanzialmente pianeggiante che portava lo staffettista a diretto contatto con il vertice alto del Forte. Ultima frazione lungo un ripido sentiero che ritornava alle citate casermette.

Non esistevano Campionati in allora in una specialità sostanzialmente anarchica prima dell’avvento della Fidal ma la Corsa (non era ancora in auge l’appellativo di “manifestazione sportiva”) era ambita e frequentata dai migliori specialisti. 

Lo “Scarpone Alpino” ha rappresentato per Jallà Renato (in arte Renè) la celebrazione del Campione un po’ “naif” ma dalle grandi (ed in parte inespresse) potenzialità atletiche. Lui, scalatore eccelso, in compagnia del fratello Roby, di contro grande discesista, e di un terzo staffettista più adatto ai ritmi sulla strada il Trofeo fenestrellese lo ha conquistato più volte anche se non sono certo che faccia bella mostra di se nel “salotto buono” di casa.

Infatti, la riservatezza di questo atleta di Torre Pellice ha sovrastato addirittura i suoi successi nelle “leggende popolari” che celebrano i miti sportivi.

La scoperta dell’atleta “naif” avviene proprio negli anni ’70 quando il fratello maggiore gli spiega che a pochi passi da casa c’è una gara strana: si parte dal borgo di Santa Margherita di Torre Pellice e si sale al Castelluzzo per ridiscendere, via Sea, al punto di partenza. Una corsa vicino a casa che vede la presenza di atleti da tutta Italia: Mostachetti, Balicco ed altri “mostri sacri” professionisti nella specialità. Se arrivano da così lontano un motivo ci sarà ed allora perché non ci provi tu che sei di casa a Torre?

Renè non ha ne esperienza ne allenamento. Il lavoro contadino lo ha sempre assorbito totalmente. Ma a Santa Margherita c’è una Associazione che organizza anche quella manifestazione sportiva. Si chiama G.A. S.M. acronimo di Gruppo Amici di Santa Margherita ed è presieduta da Franco Ricca, grande appassionato di sport ed in special modo di Sci di fondo.

La sua prima partecipazione è frutto di grandi sofferenze soprattutto in discesa ma conclude in 4° posizione!!!

Il risultato lo spronò ad una personalissima tabella di allenamento: uno alla settimana con esclusione della stagione invernale dedicata al “riposo passivo”….potrà apparire incredibile ma la tabella produce i suoi effetti: rimangono le grandi prestazioni in salita (talento naturale) ma impara anche a gestire la discesa. Diventa, inconsapevolmente e suo malgrado, l’idolo sportivo del Gasm e del Borgo di Santa Margherita: la sua ritrosia a guidare viene superata con l’aiuto dei fratelli e degli amici che lo “trasportano” nelle gare fuori casa, mai troppo lontano, dove coglie prestigiosi successi.

Al casalingo Castelluzzo, dopo molti onorevoli piazzamenti, il successo arriva nella edizione del 1991 quando scese sotto il limite dell’ora nella classicissima dell’epopea della Marcia Alpina.

Non poteva mancare, Renè, al rito annuale della Tre Rifugi anche se ciò gli costava una variante alla sua “tabella” in quanto doveva incrementare un po’ la distanza percorsa. In coppia con il fratello Roby ha presidiato per anni la parte alta della classifica ma il meglio di se lo ha dato nella formula “singola”.

Nel 1991 conquistò la terza posizione assoluta (2.12’45”) dietro al recordman Claudio Galeazzi (2.02’14) ed al fortissimo Dario Viale (2.04’24”) e nel 1992 l’exploit: il tempo di 2.10.43 gli vale la vittoria e la consegna definitiva alla “Galleria degli Invincibili”.

Data la esplicita dimostrazione delle sue qualità sportive Renè è tornato al suo antico lavoro contadino ed alla sua vita un po’ “naif”. Il film “La Taglia” girato in valle in occasione delle 40 edizioni della Rifugi non poteva escluderlo dal ruolo di “qualificato opinionista” nel merito della celebrata manifestazione sportiva con una corposa intervista alla quale, fedele al suo stile riservato, ha laconicamente e semplicemente risposto: “Bene…..Molto bene”.

(Carlo Degiovanni)

 



martedì 12 febbraio 2019

LA VIA DI DAMASCO – DALL’AGONISTA AL PESTATORE DI PATATE



Racconto breve…scemiserio.


Premessa:
Cum petere humanum est, perseverare autem diabolicum. Lo so che può apparire un poco azzardato piegare strumentalmente questo sommo principio, con tanto di opportuna modifica, alla banalità dell’aneddoto che voglio raccontare…
L’oggetto e la morale del racconto riguardano la com-petizione che non è una “petizione comune” ma quel desiderio innato di misurarsi con se stessi e/o con gli altri. Nello sport è, praticamente, il motore principale che ne determina l’esistenza. Nel contempo, se questo principio viene esasperato e protratto oltre un certo limite diviene un ostacolo in relazione al godere dei molteplici aspetti positivi che la pratica dello sport può dare.
Quindi, secondo me, lo sport competitivo ha una sua importante ragione d’essere ma è saggio, passato il momento dell’eccellenza fisica, riposizionarsi sulla pratica sportiva meno impegnativa ma capace di dare grandi emozioni oltre ché agire positivamente sul benessere fisico e mentale.
Il racconto…
La voce impaziente è persino impertinente di Imerio giunse perentoria a riportarmi alla realtà! Lui, dietro di me, scandiva un passo veloce facendo scivolare egregiamente gli sci su quella salita che caratterizzava la fase più impegnativa del tracciato di una anonima gara di sci alpinismo a coppie in Valle d’Aosta. A volte sentivo i suoi attrezzi toccare le code dei miei sci quasi, o senza quasi, a sollecitarne l’andatura.
“Passiamo questa coppia” era il suo pressante invito! La voce mi giunse ovattata nel momento catartico che stavo vivendo… Impegnato nella faticosa salita con lo spirito del perenne agonista impegnato a contemplarsi la punta degli sci per non vedere le asperità del tracciato di gara avevo scorto un’ombra precedermi e, da qualche secondo, avevo alzato lo sguardo verso l’“ostacolo” che mi rallentava, appena un poco, il passo.
Davanti a me, appena due metri davanti a me, la figura slanciata di una atleta impegnata nello sforzo estremo! Di lei apprezzai immediatamente il gesto atletico ma, ahimè, lo sguardo maschile non potè fare a meno di osservare la perfezione di quel corpo contenuto in una professionale (ed esponenziale) tutina appena ombrata da incipienti segni del sudore che, non ostante il freddo, lo sforzo atletico riesce a produrre!!!
Per me fu come la caduta di Saulo sulla via di Damasco!!! Ma allora… se si alza lo sguardo, lo sport può offrire di più che una classifica ed un responso cronometrico! In quel momento mi resi conto di avere salito lo Chaberton in gara per ben 19 volte e di non avere mai visto le torri che ne dominano la cima…pensai di avere percorso i sentieri di molte valli alpine italiane e non solo e di avere visto, sostanzialmente, esclusivamente la punta delle mie scarpe oltreché la partenza e l’arrivo…Capii che tutto, a suo tempo, aveva avuto un senso ma anche che era giunto il momento di “alzare lo sguardo” e vivere lo sport in modo più completo dedicando meno attenzione al cronometro e più al vivere maggiormente altri aspetti ed altre soddisfazioni che la pratica sportiva porta con sé.
“Passiamo questa coppia” era l’invito e così facemmo. L’amico Imerio era impallato da altra visuale, essendo sulle code dei miei sci, e non avrebbe capito un attardarsi in contemplazioni dannose ai fini della classifica finale… però da quel giorno, complice l’incedere dell’età, la pratica dello sport l’ho vissuta in modo più “leggero” ma anche complessivamente più appagante. Talvolta ricado in tentazione e provo ancora a sentirmi “agonista” in senili categorie: il risultato sta nel fulminante giudizio dell’anziana signora… “come corre male! Sembra che pesti delle patate”!
Carlo Degio

sabato 2 settembre 2017

Una Freccia Rossa sul Re di Pietra ... storico record nel 150° della prima ascensione al Monviso

Paolo Bert da Pian del Re al Monviso e ritorno in 3.12.42”

1.58.03 il tempo di salita – 1.14.39 la discesa

In una magnifica  e tersa mattinata di fine agosto 2011  un brivido rosso ha  scosso il Re di Pietra:

l’evento era stato preparato in gran segreto. Gli elementi imponderabili sono molti e quindi meglio lavorare in silenzio ed alla pubblicità, se  mai, si pensa dopo…
PAOLO BERT da Bricherasio è il protagonista: classe 1978, tesserato, in quanto atleta, alla Podistica VALLE INFERNOTTO, società sportiva di quest’angolo del cuneese. Nelle fatiche di Montagna fa parte del  team “LA SPORTIVA”.   Eccellente atleta di livello internazionale  da un decennio domina il mondo dello Sky Race o della Corsa in Montagna. Per 9 anni vincitore della 3 Rifugi Val Pellice ( quest’anno una crisi lo ha costretto al secondo posto) ma citare tutti i suoi successi, regionali e nazionali, riempirebbe un intero articolo. 
Non ha punti deboli è per questo primeggia: veloce su strada in pianura, ottimo scalatore dalle salite più facili alle più tecniche, discesista impareggiabile e soprattutto dotato di grande potenza resistente.
Anno importante per il Monviso: 150 anni fa lo salirono ufficialmente per la prima volta gli inglesi William Mathews, Frederik Jacomb con le guide francesi Jean Baptiste e Michel Cruz. Era il 1861 in data 30 Agosto.
Così dice la cronaca ufficiale. Quella popolare vorrebbe che il primo salitore sia stato “Sebastiano A” di Oncino il 1° Settembre 1841. Ma questa è quasi una leggenda, sia pure verosimile, raccontata in un libretto davvero interessante scritto nel 2005 da Dario Viale (Dario lo ritroveremo in questa cronaca). Il titolo “Sebastiano A il primo salitore del Monviso” Fusta Editore: leggere per credere!!!
Molte le manifestazioni per il 150° ma quella che vi raccontiamo non appartiene a nessun  calendario. Torniamo, quindi, all’”evento”:
la decisione era presa da tempo; unico elemento imponderabile la meteorologia. Nessuna organizzazione ufficiale per non coinvolgere altri in imprese al limite dell’impossibile.
La ricerca di un cronometraggio ufficiale: chi meglio di Danilo Gaborin, storico misuratore del tempo della Federazione Cronometristi di Cuneo. Lo stesso crono che aveva registrato il 6 Settembre 1986 il record di sola salita al Monviso, sempre dal Pian del Re, di Dario Viale da Limone che salì la via sud in 1 ora 48 minuti e 54 secondi. Proprio quel Dario Viale autore del libro poc’anzi citato.
Nessuna voglia di misurarsi con il record del Re della Salita: c’è il massimo rispetto reciproco tra questi stoici atleti dell’impossibile!!!
Si tenta una impresa diversa: ancora la sud del Monviso, stessa partenza da Pian del Re ma salita e discesa.
Si chiede aiuto agli amici per un supporto sul percorso, la notizia circola a mezza voce a Crissolo dove Paolo trascorre, con la famiglia, il periodo di ferie. Da parte di molti c’è la voglia di sostenere l’impresa  in qualche modo: si trovano i “controllori” da dislocare sul percorso ed in vetta. Spuntano anche amici sponsor (Il mitico Bada e Davide) per finanziare la causa . E tutti insieme si spera nel bel tempo.
Si sceglie il lunedì perché domenica 28 c’è stata la ricorrenza ufficiale e sul Monte sono saliti in centinaia in una giornata spettacolare.
Alle 8,00 la partenza dal pian del Re in perfetta solitudine ad affrontare il Re di Pietra. 
Sale come se fosse la consueta gara domenicale: pur senza avversari il ritmo è quello giusto. Enrico lo vede transitare al Rifugio Sella  dopo 41 minuti esatti. Osserva il passaggio Hervè Tranchero, storico gestore del  rifugio. Con rispetto  Paolo lo aveva preavvertito quasi chiedendo il permesso di potere realizzare un sogno: permesso accordato “ a voi corridori questa montagna vi incista “ dice il testimone vivente della storia recente del Monviso. Lui sa che l’alpinismo è anche competizione e che le passioni occorre gestirle ma non sopprimerle…
Alle ore 9,02 spunta al Colle delle Sagnette: è un punto molto rischioso per possibili scariche di pietre. Ad attenderlo Luca , Paolo, Beppe e Marco. Un tratto meno verticale e poi su alla ricerca della parete sud. Il transito all’Andreotti avviene dopo 1 ora e 24 minutii circa dalla partenza. Ad incitare lo sforzo solitario anche alcuni alpinisti che, preavvisati da Hervè, cedono i passo all’uomo che insegue il suo sogno.
Imerio è in vetta dopo una veloce salita nonostante la competizione dello “Stellina” della mattinata precedente. È lui il delegato dal Cronometrista per la verifica del passaggio in vetta. E’ dotato di orologio satellitare e radio. Ore 9 e 58 Paolo è in vetta : 1 ora 58 minuti e 03 secondi . Il record di sola salita resiste ma questa è un’altra storia. 
Poco più di un minuto di sosta per la foto ufficiale e poi giù per un verticale incredibile: è qui che Paolo costruisce il capolavoro. L’altro Paolo, inteso come Perotti, lo osserva dalle Sagnette . Uno spettacolo la discesa agile e controllata laddove di norma ci si arrampica. 17 minuti dalla vetta all’Andreotti e poi via verso la scarica di pietre del Colle delle Sagnette . Il transito al Quintino fa presagire il livello della prestazione. 2 ore e 41 il tempo di passaggio. 
Al Pian del Re Danilo attende  per ufficializzare l’impresa: l’Atleta, maglietta rossa della Podistica Valle Infernotto, compie gli ultimi passi dal Lago Fiorenza ed alle sorgenti del Pò fa registrare il tempo totale  di 3 ore 12 minuti e 42 secondi (discesa in 1 ora 14 e 39) !!!
Cosa aggiungere: è un’impresa sportiva che non porta medaglie. 
C’è l’ammirazione della gente per il coraggio dimostrato più ancora che per il tempo  impiegato. Forse un poco di invidia da parte di coloro che per salire il Monviso devono allenarsi un anno intero … Ma il piccolo uomo che sale il grande monte e la metafora dell’esistenza : la consapevolezza delle proprie possibilità, non uguali per tutti, e la tenacia nel volere raggiungere, con umiltà e sacrificio i propri obiettivi.
Il piccolo uomo che sale il grande monte sa che non lo “vince” ne lo “conquista”, semplicemente lo accarezza , lo rispetta e lo ringrazia per avergli permesso, in un giorno di fine agosto,  di realizzare un sogno che durerà una vita.
Poi si riprende la vita di tutti i giorni: la Montagna rimarrà la a disposizione per altre “imprese” ed altri sognatori.  Paolo tornerà al lavoro, alla famiglia ed a regalarci altre vittorie nelle competizioni di montagna.
Carlo Degiovanni

venerdì 1 settembre 2017

L’IMPRESA DI DARIO VIALE NEL 1986 – TRATTO DAL SUO LIBRO “TRAIL DE VIE” - FUSTA EDITORE

…E’ il 1985, ormai ho una certa esperienza di corse sui monti e mi rendo conto che questa salita affrontata con atteggiamento atletico è davvero possibile in poche ore, quante non lo so. Ne parlo con Felice Cacciolatto, il presidente della mia società sportiva, l’U.S. Sanfront…Felice mi comunica che il dado è tratto…il tentativo del record del Viso si farà! Che sciabolata!
…tanti pensieri mi attraversano la mente mentre la mia malconcia auto mi porta al Pian del Re…Ma penso soprattutto alla mia corsa: so che non dovrò sbagliare nulla, assolutamente nulla. C’è un breve ma ripido ghiacciaio da salire con le scarpe da corsa, forse la parte che mi impensierisce di più, e poi una parete rocciosa di secondo e anche terzo grado, dove ovviamente è…vietato cadere! …sono dubbioso sulla possibilità di fare meglio di Livio Berta la guida alpina delle valli di Lanzo che avrebbe realizzato l’impresa (negli anni precedenti 2 ore e 7 minuti ufficioso n.d.a.)…
…raggiungo il primo obiettivo di giornata, la partenza di Pian del Re! Conosco Berta, che mi fa subito un’ottima impressione, e ritrovo i compagni che correranno con me, Giovanni Martino e Renato Aglì. Si aggrega all’ultimo anche Domenico Bruno Franco, ci dice che anche lui ha già fatto l’ascesa veloce in meno di due ore e un quarto, è un corridore assai tosto…
…via! Finalmente! Adesso tutte le angosce e i dubbi si si tramutano in azione, tutta la tensione accumulata fluisce in corrente. Sono attentissimo e non spreco energie con una partenza troppo veloce dovuta a vana agitazione nel primo ripido tratto. Renato tiene il mio passo fino al lago Fiorenza. Mi accorgo sul lungolago che sto andando veloce senza assolutamente forzare, la respirazione è tranquilla e le gambe girano a meraviglia. Sto già staccando anche Renato, che nei programmi avrebbe dovuto accompagnarmi fino al passo delle Sagnette. Che peccato, speravo nel suo aiuto, ma sento che devo andare a questa andatura, al mio passo…
…ogni tanto escursionisti mi salutano e incitano…nel lungo traversone prima delle morene del colle di Viso controllo il mio distacco dai compagni di avventura, ho già certamente più minuti di vantaggio, vedo la maglietta gialla di Berta lontana e questo mi rincuora assai: se lui ha impiegato due ore e sette ed è laggiù in fondo, che tempo posso fare io se reggo?...
…Arrivo nei pressi del rifugio Sella…è poco più di 35 minuti da che son partito…Sento l’incitamento dell’amico e compagno di squadra Dario Farina, poi attacco la salita verso il canalone delle Sagnette…al colle c’è Silvio Oreste, altro compagno di squadra, e bevo un sorso d’acqua per la prima volta dalla partenza, poco meno di un’ora prima…Riprendo fiducia nel lungo tratto di immani pietraie che portano verso la parete…Ora sono nei nevai, coraggio, un altro punto topico. Non sono preoccupato per il pericolo di una scivolata, sono preoccupato per l’eventuale tempo che perderei a tornare su e l’agitazione  e il dispetto che ne deriverebbero! La concentrazione andrebbe a farsi benedire, in quel caso! Invece volo letteralmente sulla neve ancora ghiacciata…ora non mi rimane che la parete finale, devo aprire tutto il gas, dare tutto, una bella parte è già alle spalle, forza!
…Qualcuno mi incita, ho sete e chiedo da bere a un alpinista, nessuno mi ostacola nei passaggi cruciali, continuo a salire. Chissà a che punto sono, ci vorrà ancora molto? Quando finirà?...Ad un certo momento sento un urlo dall’alto “Eccolo!”. Incredibile, sono già in vetta! Una breve occhiata all’orologio e più che capire intuisco che sto realizzando una formidabile performance…Non oso pensare al tempo finale, salgo in apnea tra le grida di incitamento, riconosco il vocione di Felice, la voce di Antonella. Un ultimo sprint e sono alla croce, fermo immediatamente il cronometro e finalmente realizzo il tempo impiegato: 1 h 48 m 54 s! Pazzesco!...Grandi e intensi abbracci suggellano l’impresa… “E’ come il salto in lungo  di Bob Beamon nel ’68 in Messico: imbattibile!”…
…Berta quando si è reso conto che il distacco era incolmabile ha deviato sulla più  diretta e alpinistica cresta est come aveva accennato al mattino, concludendo con un gran tempo: un’ora e cinquantanove, record di questa via. L’amico Giovanni, bravissimo, precede in due ore e otto minuti Domenico, il quale conclude in due ore e tredici, infine Renato, che chiude la corsa in due ore e diciassette. Arriva anche Giovanni Albertengo, a sorpresa, partito da Crissolo con cronometraggio non ufficiale, conclude in 2h 56m…
…Dopo le felicitazioni e i festeggiamenti al rifugio Sella, continuiamo la discesa a Pian del Re. Ad un certo punto lascio sfilare il gruppo e mi fermo ad osservare il Re di Pietra, da solo. Silenzio. Penso che di questo colosso roccioso non rimarrà null’altro che della sabbia, sparsa forse nei luoghi che oggi chiamano Valpadana, mare Adriatico…Appare lontano quel giorno, solo perché la vita dell’uomo è un breve attimo. Non resterà nulla del Monviso.
Tutto vano questo travaglio, dunque? Non lo so, mi rispondo, ma la vita dell’uomo senza passione sarebbe ben poca cosa, un’asettica e abulica attesa del trapasso. Ed oggi non è giornata da dubbi esistenziali! Sorrido tra me e riprendo il mio cammino, di slancio.

sabato 24 giugno 2017

Galleria degli Invincibili tra storia e sport: BRUNO POET

Correva, o meglio, marciava l’anno 1980 quando la Marcia Alpina celebrava la sua prima edizione del Campionato Pinerolese per ripetersi nell’anno successivo.
Fino a quegli anni era ancora uno sport grezzo e senza il patrocinio di Federazioni o Enti di Promozione Sportiva ma questo non vuole dire che non avesse riferimenti organizzativi: infatti fin dal 1975 le varie Organizzazioni si riunivano annualmente a Cavour e sotto l’egida della locale Atletica stilavano il ricco calendario di manifestazioni. Nel 1980 il Coni gestì l’approdo (non troppo convinto) della disciplina nella Federazione Italiana di Atletica Leggera. Fu così che la Fidal ed il Comitato Nazionale Corsa in Montagna (nuova definizione dell’ex Marcia Alpina) trovarono terreno fertile per l’allestimento del citato Campionato.
Quattordici le prove che caratterizzavano l’evento a dimostrazione della grande dinamicità organizzativa condensata nel periodo Maggio / Settembre: Borgo Losano di Pinerolo, Villar Pellice Prarostino, Pramollo, Prali, Pinasca, Bobbio Pellice, Angrogna, Torre Pellice, Lusernetta, Rorà, Pieve di Cumiana, San Germano Chisone e Cumiana erano le sedi di partenza ed arrivo di avvenimenti sportivi che hanno fatto grande la disciplina.
Il Campionato Pinerolese di Marcia Alpina rivelò la grandezza atletica di un Campione in allora ventiduenne: Bruno Poet fu il vincitore assoluto di entrambe le edizioni! Nato nel 1958 a Torre Pellice esordisce nei Giochi della Gioventù a soli 12 anni vincendo le prove locali e provinciali sulla distanza dei 2000 metri. Fatale è stato l’approccio con la fase regionale dove, alla distanza, sono state aggiunte le “siepi”, elemento del tutto sconosciuto al giovane montanaro e spaccalegna di Torre. L’occhio vigile di Eros Gonin che “sapeva” di atletica non si lasciò sfuggire il potenziale campione inserendolo nell’organico giovanile della gloriosa 3S di Luserna San Giovanni. I successi, ovviamente di categoria, sono arrivati presto a premiare la lungimiranza della società lusernese con numerose vittorie ed un prestigioso 2° posto alla esordiente Cursa d’la Scala Santa di Cavour a ridosso di un campione del calibro di Anteo Mallica. La sua corsa si fermò, però, nell’inverno del 1975 per un problema cardiaco emerso alla campestre della Pellerina a Torino che fece emergere la sua “inidoneità” a perseguire la sua passione sportiva.
Tre anni di stop prima che il Centro di Medicina dello Sport, dopo i necessari approfondimenti, determinasse la compatibilità dei suoi problemi cardiaci con lo sport e così, nel 1978, Bruno riprese la sua passione sportiva trasferendola, però, dalle pianeggianti campestri alle asperità dei sentieri montani. Il trasferimento sportivo alla squadra di casa, il Gruppo Amici Santa Margherita di Torre Pellice, fu la sua fortuna perché li trovò il suo mentore Franco Ricca, vero scopritore di talenti nella specialità! L’esordio avvenne a Val della Torre nel 1978 con un prezioso 6° posto conquistato alle spalle di campioni del calibro dei fratelli Ruffino ma il fatto eclatante successe l’anno seguente con la vittoria, a sorpresa, alla classica Graglia – Mombarone! Un articolo su “La Stampa” titolava: “Il campione di Marcia alla visita militare era stato riformato” dettagliando che lo stesso: “…esonerato perché incapace di sopportare le fatiche, ha vinto a tempo di primato una gara di marcia in montagna distanziando alcuni sottufficiali dell’esercito considerati trai i più forti specialisti…” e questi si chiamavano Leo Vidi e Gian Franco Zenoni senza contare il “civile” Fausto Dellaidotti!
Il 1979 fu l’anno della esplosione atletica definitiva con le vittorie ad Angrogna ed al Castelluzzo. Dal suo palmares non poteva mancare la Regina delle Marce Alpine, la Tre Rifugi allestita proprio nella sua valle.  Quattro partecipazione e due vittorie: nel 1981 in coppia con Felice Oria (2.12’29”) e nel 1985 con il suo miglior tempo sulla distanza ottenuto con la collaborazione di Marco Sclarandis (2.10’06”).
Ovviamente numerose le sue presenze ai principali appuntamenti di specialità con una forte preferenza per le salite più tecniche dove riusciva ad esprimere al meglio le sue potenzialità atletiche.  Bruno Poet è stato atleta istintivo e poco avvezzo alle tabelle ed alle strategia di gara: nel 1987 in occasione del 1° Giro del Monviso transitò a metà gara (Pian del Re) in 5° posizione e deciso ad interrompere lì la sua fatica. Dopo alcuni minuti di pausa e un ricco ristoro ricordò di avere l’auto alla partenza di Pontechianale e decise di riprendere il cammino. Risalì posizione su posizione fino a concludere in 2° posizione alle spalle di uno stratosferico Silvio Calandri!
Il Giro del Monviso fu anche la sua ultima fatica agonistica. Problemi legati al lavoro e, soprattutto, la mancanza di stimoli dopo avere vinto tanto e facilmente hanno interrotto troppo presto la sua carriera sportiva. Sale ancora sui monti, adesso senza pettorale, nella pratica quotidiana del mestiere di boscaiolo. Se correte sui sentieri della Val Pellice potreste incontrarlo impegnato sul lavoro che interrompe volentieri se gli parlate dello sport che, nonostante il “cuore matto” lo ha visto assoluto protagonista. 
Carlo Degiovanni

giovedì 11 maggio 2017

JEAN LOUIS SAPPE’ E MAURA BERTIN RACCONTANO GLI “INVINCIBILI”

Il ruolo dello Storico è quello di approfondire i fatti ed elaborarli in testi destinati a trasformare la semplice cronaca in Storia a beneficio della cultura “alta”.
C’è, però, il bisogno che la Storia trovi strumenti per diventare patrimonio di tutti specie quando l’evolversi dei fatti raccontati coinvolge direttamente il popolo.
Di questo si sono fatti carico Jean Louis Sappè e Maura Bertin già protagonisti  della prestigiosa esperienza del Gruppo Teatro Angrogna. Lo hanno fatto raccontando in una “pièce teatrale” le vicende  legate  agli “Invincibili”.  Un racconto coinvolgente che, pur ancorato saldamente alla realtà storica  fa rivivere, in questo caso ai lettori, gli avvenimenti “dal di dentro” mettendo in luce aspetti spesso sottovalutati di vita reale.
Il testo è sostanzialmente in italiano con qualche concessione al francese ed al patouà, lingue imperanti nei territori del “racconto” in quei tempi.
IL RACCONTO
“Qui veut ouir chanter chansonnette nouvelle, 
ell’est faite des Vaoudois de la val de Luserne;
n’ont pas voulu promettre changer de religion, 
le duc de la Savoie , envoie ses bataillons! “
Siamo in terra valdese, in val Luserna. E’ l’estate del 1686, e il paese che Sua Altezza Vittorio Amedeo Secondo duca di Savoia, principe di Piemonte, re di Cipro e Gerusalemme eccetera eccetera attraversa  con il suo stato maggiore per raggiungere il forte di Mirabouc è quasi del tutto deserto. 
Un mese prima c’è stata una guerra, condotta contro i cosiddetti “ religionari”  dalle truppe congiunte  del Maresciallo di Francia Catinat e da don Gabriele di Savoia. E’ durata soltanto tre giorni, ma ha lasciato sul campo oltre mille morti.
Da una testimonianza di   Bartolomeo Salvagiot, di Rorà : “ L’anno  1686 di Nostro Signore Gesù Cristo, li 23 aprile, hanno principiato le desolazioni delle valli di Luserna, Perosa e San Martino e altri luoghi delle valli.. Da tutte le parti vi era collera di genti nemici talmente che gli ammazzavano, gli impiccavano gli alberi, violavano le donne, saccheggiando tutte sorte di robe e bestiame, che non si trovava più  niente da vivere.  Da tutte le parti non si  sentiva altro  che grida di spavento che avevano le donne, i fanciulli e altri, che facevano orrore”.
Nous nous sommes  battus pas même une semaine, 
  par les bois, les rochers, les montagnes et les plaines, 
  sans avoir assistance, ni secours d’aucun lieu: 
   nous ne savions que faire, si non de prier Dieu!  
Ma perché questo nuovo massacro a poco più di trent’anni da quella strage passata alla storia  come “ Le Pasque Piemontesi”?  Non si era ancora spento il ricordo di quella guerra sanguinosa segnata dall’ epica resistenza di Giosuè Gianavello e di Bartolomeo Jahier, allorché il 31 gennaio 1686 l’appena diciottenne Vittorio Amedeo II, su pressione dello zio Luigi XIV Re Sole di Francia aveva emanato un decreto contro i suoi sudditi valdesi nel quale si stabiliva la fine di ogni atto di culto, la demolizione dei templi, l’allontanamento dei pastori e il battesimo cattolico dei neonati.
Divisi sulla convenienza di resistere o di arrendersi,  i valdesi erano riusciti a trascinare le trattative fino alla primavera, ma il 22 aprile vennero attaccati dai francesi e dai piemontesi, che in tre giorno schiacciarono la loro debole resistenza.
Da una lettera del maresciallo Catinat al ministro Luvois :
Questo paese è del tutto desolato, non c’è più affatto né gente né bestiame, perché non vi è montagna in cui non ci siamo recati. Le truppe hanno faticato per l’asprezza del paese, ma il soldato è stato ben ricompensato dal bottino. Spero che non lasceremo questo paese senza che questa razza di barbetti non ne sia del tutto estirpata. Ho ordinato di usare un po’ di crudeltà  per quelli che si ritrovano nascosti nelle montagne, perché sono i più deboli; ma quelli che si possono prendere con le armi alla mano, e che non vengono uccisi, passano nelle mani del boia
Lassù dove l’Italia si arresta dei monti ai pié
Tra i monti e la boscaglia potevan Dio pregar

La guerra, la crociata, nella sua atrocità
 Ha tolto con la spada la loro libertà

 Da Bobbio ad Angrogna ogni valdese morì
 e nel nome di Cristo la strage si compì 
Il tre maggio tutto era  finito e sotto una pioggia incessante iniziava  il rastrellamento sistematico dei boschi e delle caverne. Braccati senza tregua, gli ultimi resistenti erano  precipitati nei burroni, o impiccati agli alberi, dove imputridivano mutilati. Sulla Gran Guglia la bandiera valdese sventolò ancora per qualche giorno, ma anche quest’ultimo bastione, difeso con furore, cadde il 7 maggio. I prigionieri furono avviati in lunghe file verso le prigioni di Luserna.
Dalla testimonianza di Bartolomeo Salvagiot:  “Restammo in prigione lo spazio di 15 giorni, e ogni momento giungeva altra povera gente, e i soldati strappavano dentro le braccia delle madri i loro bambini, come lupi rapaci. E chi non si catolizò, si fece partire per Torino, ed al sortire dalla porta di Luserna vi era una gran moltitudine che guardava e gridava: «Andè, andè, eretic, rasa del diao! E goardé 'ncora na volta voste montagne, e peui mai pi!» 
E così noi andavamo in mezzo a quei soldati come povere pecore in mezzo ai lupi. E quando arrivammo alla Cittadella erano le dieci di sera. Eravamo all’incirca duecento,ci diedero una minestra e poi ci misero  una paiassa  ogni tre per la notte “.
A travers le grillage je vois de ma prison 
reverdir le feuillage, fleurir le vert gazon. 
Je vois de ma fenetre l’hirondelle a fuir: 
le primtemps va renaitre  
et moi je vais mourir, et moi je vais mourir.           
Malgré la double porte pour moi close à jamais, 
 l'écho lointain m'apporte les  refrains que j'aimais;
 le chalumeau champêtre recommence à gémir:  
le printemps va renaître, et moi je vais mourir!

  J’entends ma tendre mère m’appeler par mon nom, 
 je vois aussi mon père auprès de  ma prison:  
près de vous je veux être, o mon Dieu viens m’ouvrir !   
Le printemps va renaître, et moi je vais mourir!   
E mentre i prigionieri, deportati in 14 castelli e fortezze del Piemonte, da Saluzzo a Fossano, da Trino Vercellese a Verrua Savoia, vi muoiono di fame, di stenti  e   di malattie, nelle valli, da Bobbio ad Angrogna, da Pramollo a Prali, le proprietà dei valdesi vengono confiscate e messe all’incanto a favore del demanio 
Aloura souma sì! L’asta è aperta! Andiamo con ordine:  Prima Bobbio e poi Villar. Seve mai stait Beubi? Bel post! Un luogo incantevole. Sentite qua:  luogo più montuoso vicino al Pellice, che lo corrode attualmente. E’ il primo luogo che si trova venendosi dalla Fransa per la strada di Mirabocco. Ha poco piani, ma raccoglie segale, fieno, castagne e noci, ma puoco vino… Beh, pasisensa,  su da si a i e pa ‘d vigne…Però, deh, tensioun brava gent!  250 giornate in collina, 300 a prati, 500 di castagneti… Eh, si, Bobbio terra di castagne in saecula seculorum, amen!  E peui decine e decine di Alpi, che servono  per i pascoli delli bestiami, i quali a loro volta fanno le druggie- che a saria peui la druggia, il letame, per detti beni detti del Banchetto, della Pissa, della Rossa, del Pizzo aperto ( pizzo aperto? Boh?!?), di Crosenna e di Giuliano.
E Villar? Pì bel ancoura, el Vilar! Senti sì: Ha una bella piana- mei che a Beubi- con cavate di segale e di vini, anche se un po’ lingeri, fieni, noci e castagne, con qualche maroni, per fé ‘l Mont Blanc..Na delisia!  E poi naturalmente anche an bele lì a i e i arp, tanti alpi per il pascolo del bestiame: la Gianna, la Chiabra… la Chiabraressa? Monmauro (ciamo mi che nom?!), poi il Giasso di Còugis, di Subiasco, Balma, di Riccardo e di … Chi..siano o Chiniano, as capi spa se al e na vi o na enne, gnanca boun a scrivi! Comunque, una d’le doue a l’è justa! 
E peui non l’è finita: gli uomini di questi luoghi , oltre alla cultura dei beni, si industriano – o meglio si industriavano, perché ai n aie bele papì gnun- in lavori di drappi, tele e molti lavori assi – a saria i menuzié- oltre il commercio di bestiami bovini e lanuti.
N’ultima infourmasioun: le famiglie prima della guerra erano di 12 cattolici o cattolizzati e 118 religionari a Bobbio ( tui barbèt a Beubi!) e di 68 catoli o catalizzati  e 163 religionari a Villar..! E coume peule bin capì, al  e restaie couasi pì nhun. Dezèrt! 
Per questo, chi vuole comprare la valle deve “penzare” di far venire un puoco di gente, neh? …
Bon, a me smija che al e tut chair! Tutto l’è chiaro! 
Allora, forza, signori, avanti! Chi l’e che vuole aprire l’asta? Ecco laggù, bravo!  Trantamila lire? Ma da ndoua a ven cou li? ? Da Barge?   Ah, ma aloura capisso: Barge e Bagneul,  gnanca ‘l diao a i veul!  Su, forsa! Andouma!  Trantesinc mila lire? Al e pro pa vaire,neh? Coza?? Pagabili in sei anni?? Ma souma mat?!?!?  EH?    Paura d’ij barbet?? Ma guardatevi da intorno, là! A i na sarà ancora tre o couat che a rompo le bale su per la mountagna, ma i aoutri , coi che a son pa mort, a soun tui en perzoun! E  da lì a sortiran mai pì!  Ma lassoma pèrdi!
 Allora forsa, signori! Un’ altra offerta! Ecco là… Quaranta mila lire?  Andouma già mei!  Forsa, dai ! Pensate un poco! arbori di castagne, acque fresche, drugge e tranquillità… Trantesinc mila?? T’rive an po’ tard! Stosì a me smija un che a la matin a sta coujà fin che la merda a pousa! ..I  ero rivà a 40.000. Chi offre di più ?!? …Cinquantamila da ndoa? Da la Savoia?! Pensè, da la Savoia, la patria del nostro amato duca! , che perui lì a se sta bin.. 51 mila da  Carmagnola, bene!  Ancora dalla Savoia,  Sesantamila! Sesantamila  e tutta l’alta valle di Luserna può essere vostra!   C’è qualcuno che  offre di più??  No??? E allora sesantamila e uno, sesantamila e due, sesantamila e tre?? Aggiudicato!
In realtà la vendita delle terre di  Bobbio e di Vilar, al pari di quelle di Angrogna, di Torre, San Giovanni e di Rorà, si rivelerà presto un pessimo affare. Comprano i ricchi, che hanno i capitali, ma i piccoli agricoltori cattolici, fatti venire come abbiamo visto anche dalla Savoia perché avvezzi al duro clima della montagna, non possono farlo se non indebitandosi con lo stato. Quanto al ripopolamento, meglio non parlarne.  O ne parliamo proprio per ricordare che i savoiardi immigrati non hanno ovviamente radici nel paese: finiscono  con il vendere le sementi, o cucinarle per mangiare, si scaldano tagliando gli alberi da frutta. Qualcuno prende i sussidi e poi sparisce, anche perché è terrorizzato dalle scorrerie di un gruppo di valdesi rifugiatisi sulle alture di Barma d’Aout e che la storia ci ha consegnato con il nome di “Invincibili”
 “Luserna  l’anno del Signore 1686, addì 16 del mese di agosto.
Al Signor Ministro di Sua Altezza Reale:  In questi ultimi giorni non si son sentiti che omicidi e violenze commessi dai Barbetti nel territorio di Bobbio e Villar contro i paesani, il che ha talmente atterrito i nuovi abitanti di questi luoghi che non si dura da noi puoca fatica nel trattenerli e impedire che non vadino via.
La sera del 20 agosto, infatti, i Barbetti provocavano la morte di 7 abitanti savoiardi mettendone in fuga molti altri in preda a un grande panico. Alcuni rimasero così atterriti da giurare  di voler partire e non fare più ritorno in queste terre malaugurate. 
Occorre pertanto che Vostra Eccellenza prenda provvedimenti contro il puoco servizio che rende a Sua Altezza la soldatesca, per fare dare il sfratto a quei pochi ribelli che infestano questo cantone.
Firmato: Provana
Già, un pugno di ribelli, che aveva alla sua testa i capitani Pol Plenc del Villar e Davì Moundoun di Bobbio. Spinti dalla fame e dalla disperazione, ebbri di vendetta per lo scempio della loro gente e per l’usurpazione dei loro beni, scendevano a valle, piombando come fulmini , sia di giorno che di notte, sui nuovi coloni, seminando il panico tra gli acquirenti, danneggiando e saccheggiando i raccolti dei campi che erano stati in gran parte frutto delle loro fatiche.
Altre volte assediavano i piccoli presidi militari, per ricavarne armi e munizioni, assaltavano convogli di viveri e ancora di munizioni, razziavano capi di bestiame ai cattolici e ai cattolizzati, spingendosi anche oltre le montagne, come quella volta che assaltarono Crissolo saccheggiando i villaggi e asportando mucche, pecore e capre, e tutto quanto poteva loro servire.
Nel giro di qualche settimana la presenza di questi inafferrabili nemici divenne per le autorità della valle, che sedevano in quel di Luserna, un incubo. Le notizie erano ogni giorno peggiori, e non si sapeva come fare per sbarazzarsi di loro. Ci fu addirittura chi avanzò l’idea di liberare dei criminali dalle carceri, garantendo la loro libertà  in cambio di questi invincibili guerriglieri, che combattevano seguendo l’esempio di Janavel.
“ Hieri sera seguirono tre homicidi non lungi un tiro di pistola da Bobbio nella persona di un acquistatore di beni e di due contadini, olte un altro malamente ferito. Ritengo sia molto difficile che le nostre truppe, per quanto vigilanti, possino rimediare a questi inconvenienti, a meno che S.A.R. non si risolva di permettere che un buon numero di questi risoluti scorrino queste montagne per muovere alla  cattura a questi ribelli e costringerli a partire da queste valli”
Ma la tradizionale prudenza dei Savoia, che da sempre preferivano  il compromesso allo scontro, risolverà il problema dietro le quinte, e nella prima metà di settembre – sempre del 1686- alla Perlà di Bobbio ebbe luogo un incontro tra gli Invincibili e gli ufficiali  ducali, e si arrivò ad un accordo.
I ribelli potranno emigrare in Svizzera con le loro armi e quant’altro vorranno portare  con sé, più vitto r alloggio pagato fino alle porte di Ginevra ( dove li aspetta Gianavello). I loro congiunti, una volta liberati dalla prigionia, potranno unirsi a loro. Un accordo ovviamente mai messo per iscritto, ma che andrà comunque a buon fine. Nel giro di quindici giorni un primo gruppo di ribelli di Bobbio e Villar si avvierà verso la Svizzera su bestie da soma messe a loro disposizione dalle autorità ducali.  Un secondo gruppo, composto all’incirca da 80 persone, si muoverà poche settimane dopo.
Le valli già dei religionari, da Bobbio ad  Angrogna, da San Giovanni alla val San Martino, così pensava il giovane duca, presto rifioriranno, e diventeranno un giardino di fede e di cultura di Santa Romana Chiesa, finalmente libere della peste riformata. Ma purtroppo per il rampollo di casa Savoia, le cose andranno diversamente.
Gli Invincibili ritorneranno nelle loro valli tre anni dopo, e con loro anche gli altri esuli che nel frattempo erano stati tirati fuori dalle prigioni piemontesi, e condotti al di là del Moncenisio. Divisi in  compagnie, una per ogni comunità, 900 uomini traghetteranno il lago Lemano nella notte del 27 agosto, sbarcheranno a Yvoire e copriranno i 200 chilometri che li separano dalle valli valdesi a marce forzate, scalando colli e montagne, per una marcia che passerà alla storia come “Il glorioso rimpatrio”, una delle pagine più note della lunga e appassionante vicenda valdese.   Ma anche la leggenda degli Invincibili permane nella memoria dei valdesi delle valli, ed è ricordata in questa canzone
Les Invincibles, hommes heroiques, de leurs vallées défenseurs,
resistent au plan diabolique de son altesse persecuteur.
Le mois d’avril d’une triste année il reussirent à se sauver
échappant la cruelle armée des français et des  piémontais.

Les Invincibles, sur ces montagnes, déjà leur tête est mise à prix,
sont les vangeurs de nos campagnes toutes envaies par l’ennemi.
De Barma d’Aout ils ont prit l’avance sur cette armée de tyrans
pour chasser  les persone étranges qui avaient occupé leurs champs.

Les bubiarels et villarencs sous la guide de Plenc et Mondon
ont tiré leurs femmes et enfants au de hors de toutes prisons
Puis pour la Suisse il sont partis gardés par les soldats piémontais
pour retrouver  de là des monts finalement un peu de paix.

Mais bientot reviendrà le jour où  de l’exil  ils retourneront
a leurs vallées bienaimées, à leurs montagnes, à leurs maisons,
car il n’y a duc ni de Roi Soleil, ni d’empereur ni la paupeté 
qui puissent à jamais renfermer  les chemins de justice et de paix!

Jean Louis Sappè e Maura Bertin

Fonti: 
Augusto Armand Hugon: Storia dei valdesi/2: Dal Sinodo di Chanforan all’emancipazione; Editrice Claudiana, Torino 1974
Arturo Pascal: Le valli durante la prigionia dei valdesi (1686)/parte III Società di Studi Valdesi;  Torre Pellice 1966
Giorgio Tourn: I valdesi: la singolare vicenda  di un popolo- chiesa;  Editrice Claudiana; Torino 1988 

martedì 9 maggio 2017

Galleria degli Invincibili tra storia e sport: DAVIDE BONANSEA

Bricherasio condivide, con Angrogna, Luserna e Prarostino una delle più belle, e parzialmente sconosciuta, perle ambientali. Si tratta del bacino imbrifero del torrente Chiamogna. Un vero paradiso per gli amanti della natura e dello sport out-door. Appassionati dell'escursionismo, del running e della mountain bike conoscono bene questo territorio percorso da decine di chilometri di piste forestali e sentieri. Su quel terreno la società sportiva Brike Bike celebra da anni una manifestazione sportiva denominata “La Comba Oscura” che raduna centinaia di ciclisti in versione “sauvage”.
L'Atletica Cavour in trasferta allestiva negli anni '80 sulle alture di Bricherasio “I sentieri del Brichè”, gara di Corsa in Montagna che celebrava la tradizione vinicola del Comune che “inaugura” la Valle Pellice. Anche il ciclismo su strada ha caratterizzato lo sport bricherasiese tradotto nell'attività giovanile, sostenuta dalla ditta Favout, e quella dilettantistica con la sapienza dell'allenatore Godino messa a disposizione della gloriosa Condor di Pinerolo.
Quello stesso territorio ha tenuto a battesimo la carriera sportiva di Davide Bonansea che alla tenera età dei dieci anni ha iniziato ad assaporare il gusto della vittoria e la conquista delle prime coppe.
A dare spazio e ospitalità alle ambizioni agonistiche del giovane Davide ci ha pensato l'Atletica Pinerolo postandolo a disputare, nel 1989, i Campionati Italiani Studenteschi in terra Umbra.
La passione per lo sport ha avuto, però, un esordio piuttosto in sordina causa la cultura imperante di quei tempi che considerava il correre una perdita di tempo e comunque attività non compatibile con il lavoro...Ed il lavoro, quello serio, è arrivato all'età dei 16 anni e con esso la sospensione di ogni attività sportiva.
Come si suole dire, la passione non muore mai e, dopo qualche anno di limbo, Davide prova a misurarsi con il ciclismo. L'esperienza è breve perché torna in mente quella vittoria a Bricherasio alla “tenera” età di 10 anni e la corsa prende il sopravvento. Corsa si ma in montagna grazie agli amici Claudio Garnier e Mauro Bonnet con i quali, con la maglia del Gruppo Amici di Torre Pellice, conquista il titolo di Campioni Provinciali a Staffetta.
Capisce che le sue potenzialità agonistiche sono intatte e la Corsa in Montagna diventa anche strumento di crescita umana: si impara molto dalle vittorie ma più ancora dalle sconfitte!
L'Atletica Val Pellice, nata all'inizio del secolo, diventa la sua famiglia sportiva che ne esalta le qualità agonistiche: nel 2002 sale per 14 volte sul gradino più alto del podio segnando 4 nuovi record sui tracciati di gara. Il ricordo più vivo riporta alla mente il Trofeo Enzo Ferlenda, celebrato a Bricherasio per ricordare l'amico atleta prematuramente scomparso: il record del percorso era di Franco Naitza (55'08”), atleta nazionale, e la tentazione di misurarsi a quei livelli era forte. D'altra parte si correva sui sentieri conosciuti di casa propria. La preparazione fu meticolosa fin nei minimi particolari e, sia pure su un terreno reso pesante per l'abbondante fango, un podio prestigioso fece da contorno alla riuscita impresa: 1° Davide Bonansea (54'22”), 2° Paolo Bert (55'13”), 3° Massimo Lasina (55'28”).
La Tre Rifugi Val Pellice lo celebra per ben tre volte vincitore in compagnia di Paolo Bert. Poi veste la divisa dell'Atletica Saluzzo con quella maglia conquista il titolo Regionale a staffetta. La Tre Rifugi di Mondovì ed il valdostano Trofeo Mezzalama rappresentano gli ultimi successi di una carriera sportiva davvero prestigiosa.
Poi è venuto il tempo della famiglia e la soddisfazione di trasmettere la passione per la montagna al figlio anche se la disciplina scelta è l'arrampicata sportiva. Purchè sia sport, quella passione un tempo vietata ma che rende più sicuri anche nelle scelte della vita e …degli appigli che danno sicurezza.
D'altra parte, lui sostiene che ”esiste una medicina che ci fa sentire bene, ci rende più belli, fa crescere i bambini sani ed è una ottima scusa per passare del tempo con chi ti sta simpatico. Tiene alla larga dalle cattive abitudini e spesso dalle cattive compagnie, mantiene il cuore in forma ed allontana molte malattie. La medicina dei miracoli è LO SPORT”
Carlo Degiovanni

domenica 2 aprile 2017

Galleria degli Invincibili tra storia e sport: MARCO SCLARANDIS

Lucio Fregona – 1.48’15, Claudio Galeazzi – 1.48’32”, Luigi Bortoluzzi – 1.49’19, Battista Scanzi – 1.49’32, Pio Tomaselli – 1.49’46”…..i primi 5 “professionisti” della Forestale Roma ed il sesto accasato alla trentina Cavit Virtus Marzola….
E’ l’ordine di arrivo della Tre Funivie del Sestriere del 21 agosto del 1988. Ciò che colpisce è l’esiguo distacco che divide i primi sei atleti giunti al traguardo: un minuto e mezzo!!!! E si trattava di una gara di lunga distanza e copioso dislivello; nello specifico 19,9 Km e 1600 metri. 
Non erano certamente gli anni della partecipazione di massa a quelle “imprese” è la selezione dei partecipanti era molto verso l’alto tralasciando l’allora sconosciuto concetto di “Finischer” nel senso del decoubertiniano  ”importante è partecipare”.
La gara del Sestriere, organizzata nelle sue origini dall’Associazione Nazionale Alpini, fu assunta agli onori degli altari nazionali dalla Federazione Italiana di Atletica Leggera proprio in quella edizione quale “Prova Unica del campionato Italiano di Lunghe Distanze”.
Il Campionato Italiano Fidal di Corsa in Montagna toccò, in quegli anni, altre due importanti manifestazioni di quell’angolo di Piemonte: a Cavour sulla sua Rocca nella formula a Staffetta del 17 maggio 1987 (trionfante la Veronese Alitrans di Valicella, Bonzi e Pezzoli) e a Bagnolo P.te nella Frazione Villar dove il 26 settembre 1993 si disputò il Campionato Italiano di Gran Fondo (fratello e sorella Molinari della Cavit Trento a braccia alzate a conquistare il titolo). Atletica Cavour sugli scudi in entrambe le occasioni in qualità di organizzatrice (ma non solo).
Per quanto si possano citare vittorie e piazzamenti all’apparenza più prestigiosi è in quella edizione della Tre Funivie del Sestriere che Marco Sclarandis ha dato dimostrazione delle sue straordinarie qualità atletiche! Giunse 9° in quella memorabile gara, primo assoluto tra i campioni nostrani, con il tempo di 1.51’33” ad appena tre minuti e diciotto secondi da coloro che, in allora, dominavano il mondo nella specialità. Ed alle sue spalle mostri sacri quali Andrea Giupponi e Privato Pezzoli!!!
Niente professionismo ne semi professionismo per Marco: per lui si può parafrasare l’abusato “braccia strappate all’agricoltura” coniugandolo in “gambe strappate all’olimpo dello sport”…e si perché il suo mestiere non gli concedeva molto tempo da dedicare alle “passioni”: l’Agricoltore non ha orari e i “tempi” sono sovente dettati dal “tempo” cronometrico e meteorologico.
Della montagna Marco ne vedeva solo il profilo dagli sconfinati campi di granoturco della “sua” San Luigi quasi Baudenasca. Un po’ lo sognava nelle notti passate intento ad irrigare …. Magari proprio in quelle notti nelle quali, con gesto crudele, la luna piena illuminava salite e discese sconosciute alla piatta pianura pinerolese.
Nato nel 1963 la corsa ha iniziato a coltivarla fin dai suoi 14 anni. Il Campionato Pinerolese di Corsa Campestre e qualche garetta nella conosciuta pianura con il Borgo Losano, storica società di un sobborgo di Pinerolo, hanno contribuito a dargli fiducia nei suoi precoci mezzi sportivo agonistici.
L’impatto-esordio con la montagna Marco lo ha conosciuto nel 1978 alla tenera età dei 15 anni!!!
Fidatevi, l’autore di queste note ha provveduto a fare le opportune verifiche. Alla tenera età dei 15 anni Marco ha esordito nella così detta Marcia Alpina ad Angrogna nella decima edizione del Monte Servin. No….non nelle categorie giovanili, peraltro non previste. La classifica ufficiale recita: 119 partiti (117 uomini e 2 donne), vincitori Dugono Elena nella ridotta classifica femminile in 1.12’51” e Bruno Franco Rinaldo nella gara maschile in 57’32. Il “nostro” giunse 53° in 1.14’57”
Il suo viaggio nelle gare dei “grandi” è proseguito agli adolescenziali 16 anni mordendo ancora “pane duro” sulle proibitive pendenze dei Coazzesi Picchi del Pagliaio. 
Il suo primo podio lo ottiene in un’altra avventura d’altri tempi: a Sauxe d’Oulx i militari onorano il Tenente Zorzetting con l’allestimento di una dura Marcia Alpina: si sale  al Colle Bleiger dritto per dritto sotto i  piloni di un’antica seggiovia e la discesa è da puri specialisti. Marco ha 17 anni e, inevitabilmente, poca esperienza. Un errore in discesa gli preclude una sorprendente quanto strepitosa vittoria e deve accontentarsi del secondo gradino del podio.
Inevitabile, stante le premesse, un palmares di vittorie chilometrico:
In Val Pellice è primo in due edizioni della Tre Rifugi (’84 e ’85), torna e vince ad Angrogna (’83),  il Trofeo Valanza a Rorà lo conquista per due edizioni senza dimenticare le vittorie nelle staffette provinciali e nell’antico Giro del Cruel.
Alla Tre Funivie del Sestriere, oltre all’exploit segnalato, un secondo posto dietro al vincitore Giuseppe Genotti…e gli anni erano solo 20!
Vince a Rodoretto di Prali (3 edizioni), Inverso Pinasca, il Quinzeina da Frassinetto (con record), La Rocca di Cumiana in due edizioni, il Trofeo Bokki a Bardonecchia, il Musinè di sola salita e Pramollo.
Vince anche il Campionato nelle valli di Lanzo grazie ai successi alla Usseglio – Malciaussia ed al Rifugio Genova – Rifugio Gastaldi del Pian della Mussa.
Componente dei podi dello Chaberton, dello Stellina di Susa, del Giro del Monviso e di Tavagnasco – Madonna ai Piani.
Protagonista assoluto dell’avventura nazionale dell’Atletica Cavour del compianto Mauro Priotti e mi fermo qui nell’elenco.
Marco, invece, ha dovuto fermarsi nel 1993 a soli 30 anni, età di piena maturazione per lo sport di resistenza. Un’infortunio nel lavoro di agricoltore gli ha impedito di proseguire nell’agonismo e, dopo il recupero fisico, la sua passione per i sentieri di montagna si è limitata all’escursionismo e ad osservare, di nascosto, altri campioni compiere le imprese che per lui erano pane quotidiano.
“Gambe strappate all’olimpo dello sport” ed il suo prestigioso nono posto al Campionato Italiano della Tre Funivie 1988 è li a darne prepotente testimonianza.
Carlo Degiovanni

martedì 28 febbraio 2017

Galleria degli Invincibili tra storia e sport: PAOLO GRIGLIO


“Tra Bufalo e Locomotiva la differenza salta agli occhi: la locomotiva ha la strada segnata, il Bufalo può scartare di lato e…cadere”.
Mi permetto di scomodare il Buffalo Bill di De Gregori per sintetizzare l’animo trasgressivo o, perlomeno creativo, oltre che ricreativo, dell’appassionato della corsa in natura ed in particolare dell’antica Marcia Alpina.
E si, perché scegliere questo sport spesso ha evidenziato una certa insofferenza degli atleti per le troppe regole che appartengono alla Atletica giudicata più “nobile”. La ci sono tabelle, regolamenti, commi e cavilli che determinano il tuo gesto tecnico: corsie, misure, percorsi obbligati come pure le tessere. Lo sport scritto da altri e solo più da interpretare secondo i sacri crismi dei “regolamenti” e del volere di sapienti allenatori e/o preparatori. La strada segnata che deve percorrere la locomotiva: obbligata e sicura ma, alla fine, scontata e perfino noiosa.
Il corridore di montagna sceglie il “Bufalo” con conseguente rischio di “cadere” compensato, però, dalla possibilità di “scartare di lato” vivendo lo sport in modo più libero. Si pensi che fino a qualche decennio fa le gare di Marcia Alpina, frequentate prevalentemente, se non esclusivamente, da valligiani non avevano un percorso definito ma semplicemente un punto da raggiungere a volte segnalato da un grande bandierone rosso che ne determinava il giro di boa. Avveniva nella storica “Castelluzzo” di Torre Pellice ed il canavesano Quinzeina da Santa Elisabetta di Castellamonte è stato l’ultimo ad abbandonare questo tipo di segnalazione. Stava agli atleti la scelta del percorso e ciò avveniva con puntigliosi sopralluoghi preventivi alla ricerca della via più breve.
Il corridore di montagna è allergico alle troppe regole e ama correre se e come desidera senza troppi programmi o obblighi dovuti a sponsor o a Presidenti troppo invadenti. 
La scelta del “Bufalo” ovviamente denota anche una “filosofia” del vivere che va al di là del fatto sportivo in se. 
Nel raccontare dei “corridori del cielo” ci si imbatte sovente in atleti dalle caratteristiche “creative” che solo le male lingue definiscono “trasgressive”. Atleti che al “fare il tempo” in un classico 10.000 o in una maratona preferiscono la vittoria ad esempio ad una Tre Rifugi ottenendo poca visibilità mediatica ma l’affetto ed il riconoscimento popolare e popolano. A volte ci provano a misurarsi nelle discipline atleticamente più nobili ottenendo risultati prestigiosi ma poi….il richiamo della foresta li riporta sulla strada del bufalo.
Appartiene senza ombra di dubbio a questa filosofia di vita Paolo Griglio, Invincibile dalle grandi potenzialità in parte inespresse proprio perché, nello “scartare di lato” si può anche cadere!!!
Nato a Torre Pellice nel 1965 era stato rapito, alla tenera età dei 15 anni, dalla passione per il calcio frequentando le categorie giovanili del Luserna e del Valpellice. 
L’impiego nella storica e antica tipografia “Subalpina” di Torre Pellice ha determinato una svolta radicale dal punto di vista sportivo. Tra le mani gli passava ogni anno un volantino che raccontava di una “Marcia Alpina a cronometro per coppie di atleti” che si svolgeva in alta valle: la “Tre Rifugi”. Pier Luigi Bertin, suo collega di lavoro e già buon atleta tra le asperità dei monti lo convinse a salire al Rifugio Barbara, sede provvisoria della gara causa l’incendio che distrusse il Rifugio Jervis nel dicembre 1976, per assistere all’evento.
Vinsero i fratelli Ruffino e Paolo fu colpito dal gesto atletico che riuscivano ancora ad esprimere al termine di un tracciato che in allora era definito di 30 chilometri e 1.700 metri di dislivello.
La voglia di emulare i fratelli coazzesi prese il sopravvento e Paolo, in compagnia del più esperto Pier Luigi, iniziò a frequentare i sentieri montani abbandonando definitivamente il campo di calcio.
Nel 1983 si tessera per la Polisportiva Villarese e, dopo un anno di “rodaggio” conquista il titolo di Campione provinciale nella categoria Juniores. Tre anni di attività nella compagine villarese gli consentono di affinare il gesto atletico mettendone in luce doti non comuni.
I numerosi piazzamenti ed i podi nelle gare di Campionato regionale e nazionale attirano l’attenzione su questa giovane promessa: a Cavour Mauro Priotti ambisce a costruire una squadra competitiva a livello nazionale e chiede a Paolo di farne parte. Con i colori dell’Atletica Cavour realizza il salto di qualità confrontandosi con i migliori atleti nelle gare nazionali.
Con Valter Rossa e Marco Sclarandis forma una staffetta dalle grandi potenzialità conquistando il titolo provinciale, ottenendo il secondo posto a livello regionale ed il decimo a livello nazionale. La stessa formazione si presenta al Campionato regionale di Ceppo Morelli ed ottiene un prestigioso terzo posto alle spalle di compagini dal nome altisonante quali Forestale e Valsesia.
Nella valle degli “Invincibili” vince, nel 1988, la Bobbio Pellice – Serre Cruello e l’anno successivo coglie il successo a Pieve di Cumiana nella classica “La Rocca”.
Questi successi gli valsero la convocazione a rappresentare egregiamente, insieme al compagno di squadra Valter Rossa, il Piemonte nella gara nazionale di Dorgali in terra sarda.
Alla “tenera” età dei 26 anni, nel momento della maturazione atletica in uno sport di resistenza quale la Corsa in Montagna senza apparenti motivazioni decide di chiudere la sua breve (brevissima) vita sportivo-agonistica. Chiedersi il perché è esercizio inutile…tutto sta in quella scelta preferenziale per il Bufalo che non segue una strada obbligata!
La storica Tipografia Subalpina cessa la sua attività e la vita lo porta in giro per il mondo: Malta, Kazakistan, Congo, Algeria ed altre mete sedi di lavoro e non di sport… Oggi guarda incuriosito l’evolversi di uno sport che poteva riservargli ancora molte soddisfazioni (sono stato un “coglione”) e troppo presto abbandonato. Ricorda l’emozione nel riuscire a confrontarsi con successo addirittura con il Ruffino (Elio) protagonista della Tre Rifugi dei suoi esordi!!!
Certamente negli anni ’80 era più difficile conquistarsi un posto al sole in una disciplina che non aveva ancora conosciuto e riconosciuto la figura del Finischer o del confronto a basso impatto agonistico. Ricorda la “ferocia agonistica” di quei tempi quando una breve sosta a legarti le scarpe poteva costare decine di posizioni perse! 
Però…. il Bufalo può scartare di lato, cadere ma anche rialzarsi e riprendere a correre! Lontani i tempi degli scenari nazionali e della maturità fisico – agonistica il mondo dei moderni trail può rappresentare lo scenario ideale per riprendere la via dei sentieri scoprendo il lato meno agonistico ma parimenti gratificante di un’antica passione.
Carlo Degiovanni

mercoledì 22 febbraio 2017

Galleria degli Invincibili tra storia e sport: VALTER ROSSA

“ Cecu la jena” era uno di quei personaggi  molto naif che popolavano i paesi di provincia.  Erano usi frequentare le antiche “Piole” ed il loro modello di vita trasgressivo era ispiratore di storie e leggende che li facevano apparire alternativamente insopportabili avvinazzati o saggi maestri di vita. Con il nettare di vino a volte eccedevano per regolare i conti con qualche malessere interiore e ciò li rendeva protagonisti di mille aneddoti che animavano le serate paesane in un contesto ancora parzialmente libero dalla invadente televisione.
Le “gesta” di “Cecu la jena” hanno caratterizzato Cavour negli anni ’70 del secolo scorso. Il palco delle sue recite era “Marinot”, un locale tradizionale particolarmente ispirato a dare voce (e vino) a quella umanità dal carattere trasgressivo ma capace di grandi emozioni. Ovviamente non era il solo: Martina il paracadutista, Giuanin Cit per citarne due tra i più famosi …. personaggi che Guccini avrebbe splendidamente cantato se avesse avuto la possibilità di conoscerli. Ovviamente il loro vero nome era diverso ma loro inconsapevolmente sono stati i precursori del moderno “Nickname”.
Il 31 agosto del 1975 Cavour e la sua Rocca furono protagonisti di una corsa podistica singolare: la Cursa d’la Scala Santa. Sette km della pianura cavourese preceduta e conclusa con due ascensioni su sentiero aulla vetta della Rocca.
Centotrenta atleti al via, sei ritirati e la vittoria maschile di Rinaldo Brunofranco (primo premio una lavatrice) e femminile di Mallica Giuliana.
Era nata l’Atletica Cavour!
Era il 29 Agosto 1982 quando Valter Rossa vinse la sua prima gara, l’ottava edizione della kermesse podistica cavourese relegando al secondo posto Dario Viale ed al 13° l’immenso Marco Olmo.
Ad attenderlo al traguardo “Cecu la jena”, sobrio (era ancora mattina) ed emozionato. Il suo abbraccio condito con lacrime vere è stato il più bel premio che Valter potesse ricevere …. anche i “duri” hanno un cuore! D’altra parte, Valter Rossa era il figlio di “Marinot” ed aveva avuto modo di conoscere, nella “piola” paterna, difetti ma anche pregi dei personaggi “naif” amanti del vino e dediti alla particolare filosofia derivante dagli eccessi enologici.
 Nato a Cavour nel 1963, ha iniziato a correre nell’ Atletica CAVOUR dalla categoria allievi, nel 1977 con risultati modesti.
Lui si presenta così: “corridore particolare, la fatica non era nelle mie virtù, delle corse in montagna preferivo le gare a staffetta e le cronoscalate corte da 20 a 60 minuti; grande scalatore e pessimo discesista”.
Come lui stesso ammette non amava molto le fatiche imposte dalle tabelle di allenamento ed ha costruito una brillante carriera agonistica utilizzando delle doti fisiche assolutamente non comuni. Insieme all’amico rivale Guido Turaglio è stato quanto di meglio l’Atletica Cavour ha prodotto, in termini agonistici nei suoi 27 anni di vita.
La vittoria alla “Scala Santa” cavourese è stato il primo dei numerosi successi conseguiti da Valter soprattutto nella Corsa in Montagna senza disdegnare qualche esperienza nella meno amata pista o strada.
Nel 1983 ottiene un ottimo risultato percorrendo 17,887 chilometri nell’ora su pista (Novi Ligure) ed a Saluzzo, sull’ondulato percorso della maratonina dei 4 castelli fa registrare un eccellente 1.10’16”.
Come detto ha amato la Corsa in Montagna nelle distanze brevi e nelle gare di sola salita.
Nel suo Palmares figurano le vittorie individuali a Lusernetta (due edizioni), alla Cronoscalata alla Rocca di Cavour, a San Germano Chisone, al Palit inValchiusella ed al Memorial Maurino.
La patente di “Invincibile” la ottiene nel maggio 2007 vincendo alla grande Lou Vir d’la Cumba Liussa di Villar Pellice.
Assieme ai compagni di squadra (Atletica Cavour) Paolo Griglio, Guido Turaglio e Marco Sclarandis partecipa ai campionati nazionali (Argegno, Artavaggio e Cornuda), regionali e provinciali di Corsa in Montagna a staffetta. Il risultato più prestigioso lo ottiene a Cavour nel 1987 con un inaspettato 10° posto su 97 squadre presenti.
Con gli stessi compagni di avventura conquista il titolo provinciale di specialità nel 1988 e nel 1990 nelle prove svoltesi a San Germano Chisone.
Conclusa l’esperienza dell’Atletica Cavour (2001) Valter prosegue l’attività con l’Atletica Valpellice prima di chiudere definitivamente la sua parentesi agonistica.
Avrebbe sicuramente potuto ottenere molto di più se non fosse intervenuta quell’insofferenza alla fatica…ma non ostante ciò in casa conserva numerosi premi che testimoniano altrettante vittorie. Il premio più bello che lui ricorda, però, rimane quell’abbraccio e quelle lacrime apparse sul viso di Cecu la jena, uomo saggio, talvolta filosofo da “piola”e primo tifoso del “figlio di Marinot”!!!
Carlo Degiovanni

martedì 17 gennaio 2017

Galleria degli Invincibili tra storia e sport: MICHELANTONIO CERICOLA….e dintorni

C’è anche chi ci ha provato….seriamente ci ha provato per decenni ad inseguire un prestigioso successo che lo ricompensasse degli investimenti di fatica  e sudore nello sport da autentici “fachiri” qual è l’antica Marcia Alpina. Le loro impronte hanno segnato tutte le principali manifestazioni della Val Pellice ma sono state rilevate anche sulle gare – monumento della particolare specialità.
Decenni di gare e molti podi ma di successi, quelli riservati agli Assoluti in luogo delle più benevoli categorie, non si registra traccia.
Se il mondo dello sport è vivo lo deve, però, anche ai così detti “outsider” che per la loro caparbietà agonistica e le indubbie qualità atletiche, si sono conquistati uno spazio importante nel “circo verde” della Corsa in Montagna.
Michelantonio Cericola può essere assunto a simbolo di questa particolare categoria di “Invincibili”.
D’altra parte Michele è originario di una delle regioni più pianeggianti d’Italia: la Puglia.
Nato a Orsara nel 1944 ha conosciuto le colline, ma non ancora le montagne, all’età di 11 anni quando “emigrò” a Baldisserro Torinese. E’ a 28 anni che scopre la corsa e lo fa sui facili percorsi collinari a Castagneto Po. Gli anni ’70 sono stati gli anni della scoperta dell’Atletica “no stadia” che ha generato, sempre in quel decennio, il movimento degli “Amatori”.
La 30° posizione su 300 partecipanti gli fa capire che in quel mondo potrebbe ricavarsi uno spazio. La controprova al Trofeo Guasco (1975) di San Mauro Torinese dotato di ben due salite, sia pure su strada, collocate all’inizio ed alla fine della competizione. Agonisticamente mantiene la media degli esordi: 101° su 1000 partecipanti. In attesa delle premiazioni scorre i volantini che promuovono altre gare in calendario….l’Atletica Cavour, lì presente, aveva portato i “santini” di una gara molto amata sia pure in una specialità diversa e molto più faticosa: il Trofeo Monte Servin di Angrogna.
Le salite di san Mauro avevano rilevato una certa predisposizione di Michele per la salita e discesa e la trasferta in Val d’Angrogna poteva rappresentare una conferma.
Il Trofeo Monte Servin di Angrogna rappresentava l’evento cui non potevano mancare i migliori atleti: Nell’ordine la classifica: Gian Carlo Balbi, Carlo Dalmasso, Franco Gaidou, Willy Bertin, Adriano Darioli, Andreolotti Mario……..una sinfonia di campioni messi in fila dal poliziotto Luigi Veyss delle Fiamme oro di Moena.
Il risultato fu un 21° posto che in un contesto così diventa un successo specie se è la “prima volta” nella specialità degli invincibili. Però è anche il primo atleta “libero” al traguardo e, sopratutto, il primo “non montanaro” e questo gli vale il plauso di Willy Bertin.
Tracciata la strada Michele scopre la passione per le fatiche montane ed i più prestigiosi scenari di agonismo alpino diventano il suo obiettivo:
Tre Funivie, Noasca, Chaberton, Madonna del Cotolivier, Giro del Villano, Quinzeina, Stellina lo vedono più volte tra i protagonisti e si avvicina al vertice assoluto in due occasioni: la Balconata del Cervino e la Tre Rifugi dove conquista, tra tanti podi, anche un 2° posto.
I successi arrivano nella classifica di “categoria” nel Campionato Italiano del Gran Sasso (2005) ed  a Santa Maria di Leuca nel 2015. Nello stesso anno vince, sempre in categoria, il Kilometro Verticale di Chiavenna (Valchiavenna – Lagunc) in 52’12”. 
L’inserimento nella “Galleria degli Invincibili” di Michele rappresenta un pubblico riconoscimento a tutti gli atleti che con perseveranza hanno cercato spazio fra i Campioni pur dovendo fare i conti con qualità fisiche non a quel livello. La compensazione è avvenuta attraverso una grande forza di volontà che ha permesso loro di lasciare una significativa traccia sugli impervi sentieri degli “Invincibili”.
Carlo Degiovanni

venerdì 13 gennaio 2017

Galleria degli Invincibili tra storia e sport: PAOLO CODA

Elisa Goss, di professione maestrina, giunse dalla lontana Val Pellice in compagnia della madre in un borgo alpino del biellese in fondo alla Valle Cervo. Era l’anno 1888 ed il paesino, allora abitato da 1200 persone si chiamava, e si chiama, ancorché ridotto nel numero di abitanti, Piedicavallo.
Perché mai una maestrina, peraltro valdese, proveniente dalla “Valle degli Invincibili” è finita colà?
Diciamo che i montanari, costretti all’emigrazione oltreconfine, ebbero modo di conoscere e studiare culture diverse in Svizzera, Francia, Germania ed altre realtà dove era maggioritaria la Chiesa riformata e protestante.
Inoltre la realtà locale sentiva forte la spinta laicista e la necessità di aprire una scuola laica laddove era presente solo quella cattolica confessionale gestita dalle suore. Le elezioni comunali, d’altra parte, avevano visto il prevalere del Partito Rosso (inteso come Mazziniano più che Marxista) sul Partito Nero clericale. La scuola laica vide la sua nascita nel 1888.
Dopo un periodo nel quale furono necessarie due maestre la scuola laica sopravvisse, però, solo fino al 1911 complice lo spopolamento della valle. 
La presenza nel comune di Andorno di una comunità valdese guidata dal Pastore Revel fu l’elemento propulsivo, invece, per la costruzione di un Tempio valdese (1895) tutt’ora luogo di ritrovo della comunità valdese locale e centro di numerose iniziative culturali.(Anna Piovesan – Biellaclub – Il Tempio valdese di Piedicavallo). 

Piedicavallo e la Valle d’Andorno sono vicini a Pollone, la Patria di Paolo Coda, oriundo/indigeno (in un voluto ossimoro) a seconda di come lo si vuole vedere. E si perché Paolo ha molti legami con la Val Pellice: dalle passeggiate al Prà ed alla Vaccera seguendo idealmente i racconti di nonno Ermanno, tenente colonnello dell’artiglieria alpina e di nonna Teresina, entrambi di Torre Pellice, alla raccolta, o perlomeno ricerca, dei funghi in Val d’Angrogna.
Sono state proprio le passeggiate in Val Pellice insieme alle “corse” per guadagnare il posto migliore per la pesca nei laghetti alpini a costituire i primi inconsapevoli allenamenti per la corsa in montagna!
La passione sportiva prende corpo a 16 anni quando viene a conoscenza che in Valle Elvo è in programma una corsa piuttosto strana: si sale da Donato al Rifugio Pian Bres. Quattrocento metri di dislivello in quattro km. Per la testa ha solo il calcio (la Biellese era in auge in quei tempi) considerato più un’opportunità di costruire amicizie che ricerca di risultati….
La strana corsa gli fa conoscere il mondo dello sport della montagna e lo saluta terzo al traguardo.
L’U.S. Sordevolese diventa la sua casa e con quella maglia disputa alcune gare minori.
Nella vicina Gaglianico Alberto Capio costruisce una squadra per competere ai Campionati Italiani di specialità e Paolo diventa l’investimento più importante: è ancora Juniores ed in quella categoria conquista la seconda posizione sia al Campionato Italiano che al Trofeo Valli d’Italia di Zogno.
Nella categoria Assoluta Paolo passa al GSA Valsesia ed in compagnia di Carlo Chiara e Oscar Walser ottiene la vittoria al Campionato Regionale di Staffetta.
Due anni di esperienza nella valdostana Challand e poi nell’Amatori Sport di Serravalle. Con i colori della società valsesiana conquista (1991) il titolo regionale individuale assoluto e di   Gran Fondo.
A casa sua, poi, nasce il G.S.A. Pollone ed il ritorno è d’obbligo: il suo contributo alla conquista del titolo regionale a squadre è determinante.
Più del giovanile “calcio” la corsa in montagna si rivela importante dal punto di vista agonistico ma soprattutto come “supporto di vita” utile a superare, in simbiosi con la natura, momenti di difficoltà non solo sportivi.
D’altra parte il “popolo degli Invincibili” è popolo vero, capace di creare rapporti umani profondi e sani che vanno al di là del confronto agonistico.
Paolo ci tiene molto a questo aspetto ed elenca alcuni dei suoi “maestri”: Dario Viale, Carlo Chiara, Dino Fontana, Marco Morello, Carlo Dalmasso, Bruno Brunod, Ettore Champetravy, Marco Olmo, Bruno Innocente insieme alla schiera di atleti incontrati ed apprezzati sui sentieri alpini. Poi un pensiero particolare va a Mauro Fogu, Leo Follis, Mattia Raiteri ed a Guido Turaglio, il suo personalissimo “Pantheon” sportivo.
A fronte di quanto sopra il freddo elenco dei successi, o meglio dei principali successi, appare quasi secondario ma assolutamente di prestigio:
vince 10 (dieci) edizioni della Graglia – Mombarone realizzando nel 1993 il record tutt’ora imbattuto di 1.03’03”, per ben 7 volte si presenta a braccia alzate nella Oropa – Monte Camino, 3 nella Varallo – Res ( con record strappato a Giorgio Chiampo che durerà per una decina d’anni , poi battuto da Dematteis), 4 alla Piedicavallo – Rifugio Rivetti (con record in 47’52”), 1 alla Ivrea – Mombarone come alla  Saint Vincent – Colle di Joux e con la maglia della rappresentativa piemontese vince nel 1992 il Trofeo delle Regioni a Lauria in provincia di Potenza e la gara individuale Senior. .
Dal “palmares” di uno scalatore non poteva mancare l’ascesa ai Piani di Tavagnasco incidendo il suo nome in un Albo che definirlo d’Oro risulta essere inaccettabile diminutivo.
Il secondo posto al Km verticale di Cervinia nel ’98 ed il 10° alla pari specialità di Cervinia negli Sky Games del 2000 confermano il suo altissimo livello soprattutto nei percorsi di salita.
Non c’è solo Italia nel già fornito elenco trionfale di Paolo Coda: 
Nel 1990 si cimenta su strada nella Corrida di San Sebastian Ibiza e giunge 2°, la svizzera Zermatt gli consegna la 4° posizione assoluta nella Matterhornlauf nel 1995. Ai piedi del Monte Bianco in versione francese conquista la 4° posizione a La Montèe du Nid D’Aigle ed è ancora in terra svizzera il suo 2° posto a Fully nella salita a Sorniot.

Negli anni 2000 prendono piede anche le corse su neve e a Serre Chevallier nel 2003 coglie il successo nella “Guisanette”. Nel più lungo (27 Km.)  Trail di Serre Chevalier ottiene la 5° posizione.
Nella Valle degli Invincibili il nome di Paolo Coda appare nella classifica della 8° edizione del “Lu vir d’la Cumba d’la Liussa” anno 1986. La gara di Daniele Catalin in quella edizione è gara nazionale e partecipa il Gotha della Corsa in Montagna. Vince Alfonso Valicella campione del mondo di specialità e Paolo chiude in 11° posizione.
Nella vicina Cavour, in una gara davvero singolare denominata “Trittico della Rocca” evidenzia le sue qualità di stradista – scalatore giungendo 2° alle spalle di Maurizio Gemetto dopo tre giorni di “inseguimento” con l’inusuale “metodo Gundersen”.
Un grande rammarico per lui: non aver mai partecipato alla Tre Rifugi.
L’edizione 2017 (17 luglio) o la partecipazione al Trail degli Invincibili di domenica 1 ottobre potrebbe dargli l’occasione per rimediare percorrendo in senso inverso la strada tracciata dalla maestrina valdese Elisa Goss nell’oramai lontano 1888 e di mamma Rosemma trasferitasi a Biella per frequentare la scuola di Infermiera professionale nel 1949.
In alternativa rimane solo la ricerca dei funghi che popolano (talvolta) i dirupi dell’eretico vallone Bobbiese.
Carlo Degiovanni

mercoledì 11 gennaio 2017

Galleria degli Invincibili tra storia e sport: RENATO JALLA'

Lo “Scarpone Alpino” di Fenestrelle rappresentava, negli anni ’70, uno dei più prestigiosi Trofei a disposizione degli appassionati di Marcia Alpina.
Si trattava di una Staffetta organizzata dalla Associazione Nazionale Alpini ovviamente in versione locale. Il Forte di Fenestrelle, allora in totale abbandono e soggetto a ripetute depredazioni di reperti più o meno storici, assisteva in qualità di spettatore “non pagante” alla singolare tenzone che si sviluppava al suo decaduto cospetto.
Il primo frazionista prendeva il via dalle casermette, in allora militari, collocate in uscita da Fenestrelle direzione Sestriere. Salita oltremodo impegnativa di marcia come volevano le caratteristiche tecniche dei tempi. Circa tre km per raggiungere la strada dell’Assietta dove avveniva il cambio per la seconda frazione sostanzialmente pianeggiante che portava lo staffettista a diretto contatto con il vertice alto del Forte. Ultima frazione lungo un ripido sentiero che ritornava alle citate casermette.
Non esistevano Campionati in allora in una specialità sostanzialmente anarchica prima dell’avvento della Fidal ma la Corsa (non era ancora in auge l’appellativo di “manifestazione sportiva”) era ambita e frequentata dai migliori specialisti. 
Lo “Scarpone Alpino” ha rappresentato per Jallà Renato (in arte Renè) la celebrazione del Campione un po’ “naif” ma dalle grandi (ed in parte inespresse) potenzialità atletiche. Lui, scalatore eccelso, in compagnia del fratello Roby, di contro grande discesista, e di un terzo staffettista più adatto ai ritmi sulla strada il Trofeo fenestrellese lo ha conquistato più volte anche se non sono certo che faccia bella mostra di se nel “salotto buono” di casa.
Infatti, la riservatezza di questo atleta di Torre Pellice ha sovrastato addirittura i suoi successi nelle “leggende popolari” che celebrano i miti sportivi.
La scoperta dell’atleta “naif” avviene proprio negli anni ’70 quando il fratello maggiore gli spiega che a pochi passi da casa c’è una gara strana: si parte dal borgo di Santa Margherita di Torre Pellice e si sale al Castelluzzo per ridiscendere, via Sea, al punto di partenza. Una corsa vicino a casa che vede la presenza di atleti da tutta Italia: Mostachetti, Balicco ed altri “mostri sacri” professionisti nella specialità. Se arrivano da così lontano un motivo ci sarà ed allora perché non ci provi tu che sei di casa a Torre?
Renè non ha ne esperienza ne allenamento. Il lavoro contadino lo ha sempre assorbito totalmente. Ma a Santa Margherita c’è una Associazione che organizza anche quella manifestazione sportiva. Si chiama G.A. S.M. acronimo di Gruppo Amici di Santa Margherita ed è presieduta da Franco Ricca, grande appassionato di sport ed in special modo di Sci di fondo.
La sua prima partecipazione è frutto di grandi sofferenze soprattutto in discesa ma conclude in 4° posizione!!!
Il risultato lo spronò ad una personalissima tabella di allenamento: uno alla settimana con esclusione della stagione invernale dedicata al “riposo passivo”….potrà apparire incredibile ma la tabella produce i suoi effetti: rimangono le grandi prestazioni in salita (talento naturale) ma impara anche a gestire la discesa. Diventa, inconsapevolmente e suo malgrado, l’idolo sportivo del Gasm e del Borgo di Santa Margherita: la sua ritrosia a guidare viene superata con l’aiuto dei fratelli e degli amici che lo “trasportano” nelle gare fuori casa, mai troppo lontano, dove coglie prestigiosi successi.
Al casalingo Castelluzzo, dopo molti onorevoli piazzamenti, il successo arriva nella edizione del 1991 quando scese sotto il limite dell’ora nella classicissima dell’epopea della Marcia Alpina.
Non poteva mancare, Renè, al rito annuale della Tre Rifugi anche se ciò gli costava una variante alla sua “tabella” in quanto doveva incrementare un po’ la distanza percorsa. In coppia con il fratello Roby ha presidiato per anni la parte alta della classifica ma il meglio di se lo ha dato nella formula “singola”.
Nel 1991 conquistò la terza posizione assoluta (2.12’45”) dietro al recordman Claudio Galeazzi (2.02’14) ed al fortissimo Dario Viale (2.04’24”) e nel 1992 l’exploit: il tempo di 2.10.43 gli vale la vittoria e la consegna definitiva alla “Galleria degli Invincibili”.
Data la esplicita dimostrazione delle sue qualità sportive Renè è tornato al suo antico lavoro contadino ed alla sua vita un po’ “naif”. Il film “La Taglia” girato in valle in occasione delle 40 edizioni della Rifugi non poteva escluderlo dal ruolo di “qualificato opinionista” nel merito della celebrata manifestazione sportiva con una corposa intervista alla quale, fedele al suo stile riservato, ha laconicamente e semplicemente risposto: “Bene…..Molto bene”. 
Carlo Degiovanni